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A cura di Pasquale Genasci
Da contadino a Consigliere di Stato.
Federico Ghisletta (1907-1989)
Brossura, cm 17 x 24, pagg. 56, 2009.
ISBN 978-88-904436-0-2
Edizione Fondazione Federico Ghisletta
c/o Associazione Ticinese Terza Età
Segretariato Cantonale
Viale Olgiati, 38b, CH-6512 Giubiasco
atte@atte.ch, www.atte.ch |
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Prefazione
Chi ricorda la storia del socialismo ticinese degli ultimi 50 anni troverà singolare che oggi spetti a me, quale presidente dell’ATTE e della Fondazione che porta il suo nome, di scrivere la prefazione a questa pubblicazione che ricorda Federico Ghisletta a venti anni dalla sua morte. Come già dissi a Locarno, in occasione della celebrazione del centenario della sua nascita e senza rinnegare nulla del mio passato, lo faccio senza imbarazzo alcuno. Nella vita si può essere di idee diverse, combattersi anche duramente, ma conservare rispetto per l’avversario e riconoscerne le qualità e i meriti. E tra i meriti di Federico Ghisletta va indubbiamente sottolineata in questa sede la non scontata intuizione di sostenere la creazione dell’ATTE e di assumerne poi la presidenza fino alla morte, facendola diventare una realtà importante nella vita sociale del Cantone.
Conobbi da vicino Federico Ghisletta entrando nella direzione del PST dopo il congresso del 1967. Ghisletta, in quegli anni, ricopriva contemporaneamente la carica di consigliere di Stato e quella di presidente del PST. Due cariche difficili, per non dire impossibili, da gestire contemporaneamente. Specialmente in una situazione come quella di allora, dove, nel partito, si sommavano le tensioni della lotta per il potere della generazione di mezzo e il conflitto generazionale con i giovani caratterizzato dai segnali premonitori di quella rivoluzione culturale che sarà il 1968. Ricordo che Ghisletta cercò di mediare, e che, anche se attaccato duramente, sapeva mantenere dei rapporti personali cordiali e non sembrava serbarne rancore. Conosceva le insidie e i trucchi della politica e si muoveva con una certa abilità per cercare di conservare l’unità del partito. Quello che tuttavia impedì il dialogo fu la sua immutata fiducia nell’Intesa di sinistra come strumento di conquiste sociali e di modernizzazione del Cantone. Quella intesa fu certamente utile nel passato, ma probabilmente alla fine degli anni Sessanta aveva esaurito il suo compito perché, come dimostrerà tra l’altro l’episodio della legge urbanistica (1969), il limite di modernizzazione accettabile dal nostro contesto economico-sociale era oramai stato raggiunto.
Poi, dopo la rottura, lo vedevo solo in Gran Consiglio, ma non ci furono più rapporti personali diretti. Della sua attività come consigliere di Stato, accanto alle leggi citate da Genasci in difesa dei più deboli, ricordo in particolare la sua appassionata battaglia per una pur modesta razionalizzazione del nostro sistema ospedaliero che lo spinse a recarsi in molti comuni ticinesi per spiegare di persona obiettivi e vantaggi della riforma. L’unione di interessi economici e politici particolari coalizzati contro quel progetto, interessi ancora oggi vivissimi, portò alla sua bocciatura in votazione popolare, confermando, anche in quel caso, i limiti delle possibilità di modernizzare il nostro Cantone.
Dopo la sua uscita dal governo lo rividi solo una volta davanti a me sugli spalti della Valascia a incoraggiare l’Ambrì che stava disputando una partita decisiva per il ritorno in serie A. Era il 1985. Mi colpì vederlo anonimamente tifoso tra i tifosi del parterre, incoraggiare la squadra con un filo di voce: «forza ragazzi».
Avrei voluto salutarlo, ma, per pudore, non lo feci. Quattro anni dopo partecipai al suo funerale a Bellinzona.
Nella descrizione della sua vita fatta da Pasquale Genasci una cosa mi ha colpito: la sua adesione al PST nel 1932 provenendo da una famiglia conservatrice. Nel 1932 Mussolini era da 4 anni padrone assoluto dell’Italia (le leggi “fascistissime” sono del 1925 e la creazione del Gran Consiglio del fascismo del 1928) e la Germania si stava consegnando nelle mani di Hitler che diventerà cancelliere l’anno successivo. Ci volevano coraggio e una forte spinta ideale per una scelta di quel genere in quegli anni. Un coraggio che fu quello di tutti gli antifascisti ticinesi (e svizzeri, e francesi, e spagnoli...) che negli anni bui delle dittature in Europa osarono opporsi a una deriva che sembrava inarrestabile. Una scelta che avrebbero potuto pagare molto cara anche da noi nel caso di una vittoria dell’Asse nella seconda guerra mondiale.
La fotografia di pagina 29 ci mostra il presidente del Consiglio italiano Aldo Moro che stringe la mano a Federico Ghisletta mentre gli consegna la medaglia d’oro attribuita a “Libera Stampa” per il suo ruolo nella lotta antifascista. Pensando a quella scelta di Federico Ghisletta del 1932 credo che la sua mano stretta da Moro fosse la mano giusta in rappresentanza di tante altre mani che, nel momento più difficile, hanno saputo stringere il pugno.
Pietro Martinelli, Presidente ATTE |
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Il centenario della nascita di Federico Ghisletta
Nel 2007, in due momenti distinti, è stata commemorata la figura del consigliere di Stato Federico Ghisletta. Il 14 maggio a Locarno in occasione dell’assemblea dei soci dell’Associazione Ticinese Terza Età, veniva ricordato il fondatore, primo presidente e presidente onorario dell’Associazione con un intervento di Pasquale Genasci, nel frattempo ampliato e completato, che apre la serie di contributi di questa pubblicazione e con un ricordo personale di Pietro Martinelli che con Ghisletta ha vissuto in particolare il momento doloroso della spaccatura del Partito socialista ticinese alla fine degli anni Sessanta.
Il 15 settembre, l’Associazione amici del Monte Ceneri ha organizzato alla Casa del Popolo di Bellinzona un incontro con diversi oratori per dare «uno sguardo da vari punti di vista» sulla persona di Ghisletta, come ha ricordato Orfeo Bernasconi «anima promotrice» della commemorazione. Sul Ceneri era stato fondato il Partito socialista ticinese nel 1900 e dal 1925 divenne luogo d’incontro estivo ricorrente di militanti e simpatizzanti di questo partito. Dopo l’acquisto dei terreni, nacque nel 1956 l’Associazione che da allora organizza il ritrovo in quello che è il luogo simbolo del socialismo ticinese e di cui Ghisletta era stato vice-presidente.
Ai ricordi di Vincenzo Mozzini, sindaco di Camorino, e di Silvio Ghisletta, figlio di Federico, legati alle vicende personali e all’intensa attività dell’uomo per la sua comunità locale, è seguita una tavola rotonda introdotta dal vice-presidente dell’Associazione Mario Jäggli. Di questa parte sono qui pubblicati i contributi di Argante Righetti, collega di governo, di Marco Bernasconi, allora funzionario dirigente del Dipartimento Opere Sociali, e di Delfa Scerri, segretaria personale. Si è invece optato per sacrificare i due interventi più propriamente politici della consigliera di Stato socialista Patrizia Pesenti e del presidente del partito Manuele Bertoli.
I contributi, corredati da una serie di fotografie di famiglia e della Fondazione Pellegrini-Canevascini, escono in occasione del ventesimo della morte, avvenuta il 2 maggio 1989.
Pasquale Genasci, insegnante e ricercatore. |
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La Fondazione Federico Ghisletta
Nel maggio 1989 l’Associazione Ticinese Terza Età (ATTE), proprio nei giorni che seguirono la scomparsa del suo fondatore e primo presidente cantonale, decise di costituire il Fondo Federico Ghisletta, allo scopo di ricordarne in forma perpetua la memoria.
L’assemblea ATTE, tenutasi nel maggio del 1999, ha accolto la proposta di trasformare il Fondo, sino ad allora amministrato direttamente dall’ATTE, nella Fondazione Federico Ghisletta, approvandone l’atto costitutivo.
La Fondazione persegue gli scopi statutari mediante la promozione e il sostegno finanziario a studi e ricerche sulla condizione e sulla realtà sociale dell’anziano. Concede premi, borse di studio e contributi per la realizzazione di lavori scientifici, pubblicazioni o altre iniziative aventi per oggetto la situazione dell’anziano, la sua valorizzazione sociale e la trasmissione dei suoi valori. A tal scopo pubblica annualmente un bando di concorso per la presentazione delle candidature.
Il presidente cantonale dell’ATTE è automaticamente anche presidente della Fondazione. |
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